Daniel Rothbart e la poetica delle confluenze

di Silvia Assin
SA: È un intervista a distanza; sei nel tuo atelier di Brooklyn, NY, ma fra poco ritroverai la galleria Depardieu, dove sei di casa. Credo che sia la decima mostra qui…
Ho visitato in anteprima, per ora in fotografie e video, la tua prossima mostra personale alla Galleria Depardieu; si annuncia, come le precedenti, una nuova costellazione, una novità’ assoluta, molto personale e… piena di humour. Oltre ai collage digitali, c è una scultura cinetica, di cui ci parlerai a lungo, spero ! Il titolo è Confluenze. Come è nato questo nuovo progetto? È nato prima il titolo o la selezione? È in continuazione con l installazione delle tue sculture alla confluenza di Danubio e Tamiš in Serbia, a Pančevo?
DR: In occasione di quella mostra installai una mia scultura proprio in quel punto cosi’ evocativo, alla confluenza del fiume … con il possente Danubio, che si vede sulla locandina. Tra l’ altro, Danubio significa proprio fluire. (Ricordo con piacere la nostra conversazione passeggiando su quella riva e la tua performance olfattiva al vernissage della mia mostra). Anni fa, mia madre mi portò dall’India una fiala d’acqua, prelevata nel punto di confluenza tra i fiumi Gange e Sarasvati. Quel gesto mi rese sensibile alla risonanza simbolica e spirituale dei luoghi in cui i fiumi si incontrano. Far galleggiare la mia scultura alla confluenza del Tamiš e del Danubio si rivelò un’esperienza altrettanto significativa, la quale ha ispirato il titolo della mia attuale mostra.

dove il Tamiš sfocia nel Danubio a Pančevo, Serbia.
È interessante notare come il mio lavoro incentrato sull’acqua abbia preso forma proprio in Italia. Vivevo a Napoli nei primi anni Novanta in qualità di borsista Fulbright e fu lì che conobbi il teorico dell’arte e collezionista Enrico Pedrini. Più tardi, nel 2007, egli mi invitò a partecipare a una mostra di scultura all’aperto presso il Lido di Venezia. Fu in quell’occasione che realizzai la mia prima scultura galleggiante, intitolata Flotilla.
Quell’opera affonda le sue radici in un passato ancora più remoto: la mia infanzia in Oregon. Ero affascinato dai galleggianti da pesca giapponesi in vetro che, essendosi staccati dalle reti, attraversavano alla deriva l’Oceano Pacifico per poi approdare, infine, sulle coste americane. Per Flotilla, ho integrato questi galleggianti giapponesi – utilizzati come elementi di galleggiamento – all’interno di strutture in alluminio saldato; strutture che, a loro volta, richiamano la lunga tradizione vetraria di Venezia. Installata nella laguna, di fronte all’Hotel Excelsior, durante la Mostra del Cinema di Venezia, l’opera si muoveva al ritmo delle maree, apparendo come sospesa tra l’arrivo e la partenza. Divenne così il punto di partenza per un ciclo di opere tuttora in evoluzione, plasmato dall’acqua, dal movimento e dal concetto di confluenza.
Enrico, che possedeva una casa a Cagnes-sur-Mer, mi presentò il gallerista Christian Depardieu – con il quale ho avuto la fortuna di collaborare per oltre vent’anni – nonché la La Napoule Art Foundation, presso la quale ho svolto una residenza d’artista nel 2002 e, successivamente, ho esposto le mie opere nel 2017. In quanto espatriati di lingua italiana attivi professionalmente in Francia, io ed Enrico condividevamo vivaci conversazioni su come le correnti artistiche contemporanee dei nostri rispettivi paesi entrassero in risonanza tra loro.

Per quanto mi riguarda, il concetto di confluenza si estende anche ai collage digitali presentati all’interno della mostra. Le immagini delle mie sculture fluiscono in ambienti acquatici e altri terreni, attraversando paesaggi sia reali che immaginari, attraverso diverse geografie e temporalità.
SA: La tua scultura cinetica è assolutamente sorprendente, un po’ come una lanterna magica in acqua, crea mille (e una) associazioni e riferimenti. Come mai una ruota dei sogni napoletana?
DR: Neapolitan Dreamwheel segna per me un punto di svolta, riunendo elementi in alluminio saldato, bronzo e Plexiglas fluorescente con luce colorata e movimento. L’opera attinge ai ricordi di Napoli, un luogo divenuto fonte d’ispirazione per gran parte del mio lavoro creativo. La presenza del Vesuvio, di Castel dell’Ovo, degli strati sovrapposti dell’antichità, dell’esuberanza delle chiese barocche e dei flussi di traffico caotici e apparentemente infiniti, si combinavano per creare un’intensità al contempo disorientante e generativa. In risposta a ciò, iniziai immediatamente a lavorare a una serie di sculture parietali in bronzo; in Neapolitan Dreamwheel, ritorno a quelle forme precedenti e le reimmagino, mettendole in movimento.

Il proiettore è un effetto luminoso da discoteca che simula il movimento rilassante dell’acqua. Tra la proiezione e uno schermo posteriore, ruota lentamente un carosello di silhouette scultoree, ritagliate nel Plexiglas fluorescente. Al centro, pende una struttura in bronzo lucido che si ramifica come una forma organica presente in natura. La luce si riflette sugli elementi in movimento su un lato dello schermo, mentre sull’altro appare una narrazione cromatica mutevole, che entra ed esce dal fuoco visivo.
Ho ripreso la scultura da diversi punti di osservazione e vi ho intessuto citazioni letterarie che riflettono sull’acqua, sui fiumi e sulla fusione delle correnti. Una in particolare mi commuove profondamente: l’affermazione di Henry David Thoreau secondo cui «Il tempo non è altro che il ruscello in cui vado a pescare». Per molti versi, questa frase incarna il mio processo di lavoro nel collage, mentre mi muovo tra le idee, raccogliendo sculture e frammenti di esperienza, lasciandoli fluire e fondersi in composizioni inattese.
SA: Su questi tuoi recenti collages digitali: ogniuno merita un tuo commento; ma cosa ci puoi dire su questi due? Sono molto labirintici e divertenti insieme…

DR: Fossils of the Future ritrae la mia scultura galleggiante in vetro e alluminio nel punto più basso della Terra, il Mar Morto, mentre ondeggia nelle acque sature di sale. Alle sue spalle, un Brontosauro si immerge nel liquido salmastro, dirigendosi lentamente verso la desolata riva rocciosa, pur sognando un inafferrabile banchetto vegetariano. Sebbene scolpite in materiali industriali e futuristici, le mie sculture evocano spesso piante, animali e insetti appartenenti a un passato primordiale. Esse abitano un’ambiguità temporale che è al contempo antica e speculativa, suggerendo forme che potrebbero essere esistite, o che potrebbero ancora venire all’esistenza. In tal senso, esse puntano verso possibili futuri, la cui realizzazione dipende da come sceglieremo di gestire le risorse e di rispondere alle urgenze del cambiamento climatico. Posta accanto a un dinosauro erbivoro che avanza nell’acqua, Fossils of the Future sottolinea la fragile continuità tra passato, presente e ciò che ci attende.
Con un umorismo cupo, anche Age of Discovery esplora temi legati al cambiamento climatico. Un elegante esploratore antartico si erge fiero in primo piano, mentre alle sue spalle — in precario equilibrio sulla banchisa e con in braccio un televisore in bianco e nero — un imprenditore cerca di monetizzare in qualche modo l’ambiente circostante. Il ghiaccio si scioglie, portando alla luce sculture biomorfe in bronzo che ho realizzato durante il mio soggiorno a Napoli. Sullo sfondo, le mie sculture galleggianti scivolano sulle acque gelide. In Age of Discovery, l’ubris dei primi esploratori si scioglie e svanisce insieme al ritirarsi dei ghiacci polari.
SA: Sei scultore e artista (collage digitali, installazioni, video d arte…) con mostre in prestigiosi musei e gallerie negli USA e in Europa; ma anche scrittore, autore di 3 libri d’ arte (nelle collezioni del Moma di NY) e di questo diario di viaggio / libro di storia su Napoli (3 anni da borsista ). Cosa ti è rimasto di più dell esperienza napoletana? A parte l italiano parlato/ scritto perfetto, con divertente accento … americano?

DR: Grazie, Silvia! Sono grato di aver conservato parte del mio italiano.
Quel periodo mi ha permesso di instaurare un profondo legame umano e culturale con Napoli, specialmente grazie alle amicizie con persone come Riccardo Notte e Francesco Lucrezi. Al di là di queste relazioni, l’esperienza si è impressa in me in modo più diffuso, ma duraturo. Napoli è diventata una sorta di sorgente creativa. La sua storia stratificata, la sua intensità visiva e la sua atmosfera vibrante continuano a plasmare la mia immaginazione artistica. Più che un singolo momento decisivo, è stata la ricchezza complessiva di quel luogo — la sua gente, la mitologia, il paesaggio e le contraddizioni — a persistere e a riaffiorare costantemente nel mio lavoro.
Al mio ritorno a New York, dopo tre anni trascorsi a Napoli, il poeta inglese John Ash mi incoraggiò a scrivere delle mie esperienze. Iniziai a comporre brevi bozzetti narrativi, che lui in seguito sottopose a critica. Nel corso di due decenni, queste riflessioni confluirono in un libro intitolato Seeing Naples: Reports from the Shadow of Vesuvius, pubblicato da Edgewise Press nel 2018. L’opera intreccia narrazione personale, incontri con napoletani di estrazione sociale diversa, osservazioni culturali e interpretazioni storiche, tracciando un dialogo tra passato e presente. L’editore Richard Milazzo ha arricchito notevolmente l’aspetto visivo di Seeing Naples inserendo immagini tratte dalla mia collezione; insieme, inoltre, abbiamo recuperato digitalmente un carattere tipografico napoletano del Settecento per l’impaginazione. Anche i miei brillanti amici Wayne Koestenbaum e Francine Hunter McGivern hanno offerto contributi inestimabili: il primo scrivendo la prefazione e la seconda ideando il collage di copertina. Così, questo libro — in modo più completo di qualsiasi singola opera d’arte — raccoglie l’intera ampiezza delle mie riflessioni, delle mie osservazioni e del mio profondo affetto per Napoli.
Questa intervista è stata pubblicata in italiano da Montecarlo News il 15 aprile 2026.
La mostra Daniel Rothbart: Confluences sarà visitabile presso la Galerie Depardieu di Nizza dal 7 maggio al 13
giugno 2026. Inaugurazione: giovedì 7 maggio, dalle 18:00 alle 20:00.
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